Libreria Mascali, Autore presso Casa del Libro
Kent Haruf – un autore e i suoi libri

Kent Haruf – un autore e i suoi libri

“Se ho imparato qualcosa nella vita, è che bisogna credere in se stessi anche se nessun altro lo fa.

Sentivo di avere una fiammella di talento, ma una fiammella che dovevo alimentare regolarmente,

come una specie di monaco, per impedirle di spegnersi”.

Kent Haruf

Non parleremo di un libro, bensì di uno scrittore americano, Kent Haruf (1943-2014) e della sua produzione letteraria composta purtroppo da soli sei titoli, tutti perfetti nella loro costruzione stilistica e tutti ambientati nella stessa, immaginaria, città di Holt. Si tratta di una trilogia che inizia con Canto nella pianura, prosegue con  Benedizione e  termina con Crepuscolo, a cui si sono  aggiunti Vincoli (Alle origini di Holt)  e La strada di casa, tutti i libri sono pubblicati in Italia dalla NNEditore, compreso l’ultimo scritto dall’autore Le nostre anime di notte, che è stato un vero e proprio caso letterario. Kent Haruf inizia a scrivere molto presto ma per molto tempo  è costretto a svolgere diversi lavori per mantenere la sua famiglia: bracciante agricolo, operaio edile, assistente in una clinica riabilitativa, bibliotecario; ma riesce a laurearsi e sarà anche docente universitario. Soltanto nel 1990 vedrà pubblicato, con successo, il suo primo romanzo: Canto della pianura, e potrà mantenersi con il suo lavoro di scrittore. I personaggi che ritroviamo nei suoi romanzi rispecchiano lo stile di vita delle piccole citta americane, le piccole comunità in cui tutti si conoscono e si sostengono a vicenda. L’intenzione dell’autore, nel suo approccio al racconto di queste vite, è spiegato bene nel  commento rilasciato da Haruf alla notizia che i suoi libri sarebbero stati tradotti e pubblicati da una piccola casa editrice italiana, la NNEditore, che aveva comperato i diritti d’autore delle sue opere: “Mi auguro che i miei libri possano fare da contrappunto alle divisioni e alla violenza dei tempi”.

I personaggi che animano i suoi libri non sono certamente tutti positivi o integri, ma quello che descrive nei suoi romanzi è la capacità di superare difficoltà, violenze, ingiustizie in un modo composto, essenziale ed efficace, senza diventare mai retorici né poco credibili. Quelle di cui parla sono vite normali, vite di gente qualunque ma che diventano personaggi memorabili, seppure nel loro essere  umili, tragici, grazie al il senso di pietà e al profondo rispetto umano di cui sono provvisti. Nella cittadina di Holt, che Haruf colloca nel Colorado, si ha l’impressione che tutto si trovi esattamente al suo posto, dove dovrebbe essere, come le colline, le pianure e gli alberi tra una fattoria e l’altra. È la vita quotidiana senza grandi eventi o apparizioni soprannaturali, con sentimenti ed emozioni che però brillano e si incastonano nella nostra memoria come gemme preziose. Le vite dei suoi personaggi, che ritroviamo e approfondiamo nei diversi volumi, sono attraversate da difficoltà, dolori, assenze che creano sofferenza ma che non li abbattono, perché per Haruf la vita è questo saper resistere alle intemperie senza lasciarsene abbattere, la capacità di trovare in sé stessi ciò che c’è di bello, anche nella ordinarietà di ogni vita,  fatta di gesti abitudinari ma resi eccezionali dalla consapevolezza della loro unicità. Un discorso a parte merita Le nostre anime di notte. In questo romanzo non ritroviamo i personaggi dei volumi precedenti, i protagonisti sono due anziani vicini di casa che vivono ancora una volta nella stessa  piccola cittadina americana di Holt. L’autore racconta il rapporto bello e poetico che nasce dalla proposta che la  donna, Addie Moore, fa a Louis Water di trascorrere insieme, loro due ormai soli e vedovi, quella che spesso diventa la parte della giornata più difficile da attraversare: le ore della notte, quelle ore che il peso dei pensieri e la percezione della solitudine rendono le più difficili da affrontare e  superare. La compagnia di una persona con cui parlare e confidarsi nel silenzio e nell’immobilità che avvolge la notte può rappresentare il rimedio e il conforto per le loro anime solitarie. La sensibilità e l’empatia che l’autore riversa nei suoi personaggi e nelle loro parole rende unico questo incontro tra un uomo e una donna ormai anziani cogliendo le piccole e impercettibili sfumature che accompagnano il loro riconoscersi come simili e  indispensabili uno all’altra, seppure in un tempo della vita in cui gli altri si aspettano soltanto un lento e inesorabile declino.

“Alla fine per addormentarmi devo prendere delle pastiglie, leggo fino a tardi poi il giorno dopo mi sento intontita totalmente inutile per me stessa e per gli altri. è successo anche a me. Eppure se ci fosse qualcuno a letto con me, credo che ricomincerei a dormire bene. Una persona carina, un senso di intimità. Parlare di notte, al buio. Rimase in attesa. Cosa ne pensi? Non so quando vorresti cominciare?”

È interessante conoscere anche il modo di scrivere di quest’autore: era solito sedere a battere sulla tastiera con in capo un berretto calato sugli occhi, senza quasi guardare lo schermo, quasi cieco, condotto da un interrotto flusso di coscienza e di pensieri che riversava sul foglio senza occuparsi della punteggiatura né degli a capo o delle ripetizioni. Il lavoro di rifinitura e di rilettura era rimandato a un secondo momento, quando la storia e i suoi personaggi erano conclusi e completamente definiti, alla moglie, a cui spettava il compito di rilettura e limatura del testo. Conoscere Kent Haruf è come fare un viaggio in un posto in cui la frenesia e il caos mollano la presa senza per questo appiattire la scrittura in una monotona e semplice evocazione, il suo stile asciutto e denso avvolge e consola rendendo a pieno atmosfere e caratterizzazioni. Quello che sa costruire con le sue parole è un posto in cui è bello tornare e sostare, leggendo tutti i suoi volumi nell’ordine che capita, liberi di girare come ci pare per la piccola indimenticabile cittadina di Holt.

Articolo di Leontine Regine

 

Le isole di Norman

Le isole di Norman

“Camminare sulle impronte del passato non è mai una buona idea. Si finisce per scoprire che il passato non esiste, non in quella forma in cui lo abbiamo sempre pensato.”

Veronica Galletta è un’autrice siracusana che vive e lavora a Livorno. Con il suo romanzo d’esordio, Le isole di Norman (ed. Italo Svevo) ha vinto il premio Campiello Opera Prima 2020. Il tempo e la memoria sono i motivi portanti della sua storia, ambientata negli anni ’90 a Ortigia, la quasi Isola di Siracusa in cui Elena, una giovane studentessa universitaria, vive con il padre e la madre. Quando all’improvviso quest’ultima scompare senza lasciare tracce, senza neanche una lettera o un biglietto, Elena inizia a cercarla utilizzando un rituale che comprende l’uso di alcune mappe da lei disegnate, con le quali inizia a perlustrare tutti gli angoli dell’isola disseminando ovunque libri come esche per attirarla, mentre avvengono incontri e i ricordi riaffiorano come tante altre isole dimenticate. Il passato, a causa di un incidente avvenuto quando era piccola, ha lasciato cicatrici sul suo corpo, e attraverso il gesto simbolico della mappatura di luoghi mentali e di ricordi letterali Elena affida alla ricerca della madre un suo personale percorso di crescita e di elaborazione del tempo perduto . La mancanza, l’assenza sono per l’autrice una possibilità aperta alla scoperta di chi, pur essendoci stata, rappresenta comunque un mistero insondabile: “è l’assenza l’essenza di sua madre”. Il tesoro che troverà sarà quello inciso sul palmo della sua mano, la forza per andare avanti da sola dovrà trovarla in sé stessa e nel patrimonio che ha ricevuto dai genitori, come sempre e come tutti imperfetti, sia nella presenza sia nell’assenza.

Le linee della mano sono le coordinate della sua geografia interiore, i segni sul corpo sono le tracce che compongono il  suo passato. L’incidente che ha segnato la sua infanzia ha lasciato impressi i solchi e i rilievi da cui è partita la sua particolare, unica e irripetibile storia, la sua personale geografia i cui confini hanno un nome: Lilliput e Laputa, Atlantide e Mompracem, i nomi che aveva dato fin da bambina alle cicatrici indelebili che costituiscono, attraverso la chiave della fantasia e dell’immaginazione, il suo nascondiglio del tesoro. Nella ricerca della madre, Elena inventa il gioco in cui “spargo per l’isola tracce di mia madre, i libri che lei amava tanto”. Lascia tracce che segnano la sua presenza come un richiamo fatto di segni che solo loro due possono decifrare e decodificare. Mappe interiori che portano nel posto del cuore. L’incidente l’ha abituata a una solitudine riempita dalla presenza dell’amico immaginario che è sempre stato lì a portata di mano. Da adulta la solitudine della madre riverbera in lei e farsene carico significa assumerne le sembianze per decifrare i pochi segni che lei andandosene ha portato con sé: la pianta di basilico nero, il suo gilet rosso e un libro: La montagna incantata. “E basta, non una lettera, una parola, un saluto”. Lasciare andare a volte è l’unica soluzione per crescere, rinunciando all’idea che esista la possibilità di controllare il caos, organizzare il flusso della vita, “ridurre tutto a colonne di libri, da mettere in ordine su una griglia da analizzare.”

articolo di Leontine Regine